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Un’idea di fuga: Mal di Libri ascolta i ragazzi

Domenica 21 alle 16 presso la Biblioteca Goffredo Mameli di Via del Pigneto 22

Cemea e Centro Giovani Fenix 19 presentano: Un’idea di fuga. L’evasione nei racconti dei ragazzi del Centro Fenix19.

A cura di Giulia BlasiCarolina Cutolo ed Emiliano Sbaraglia.

Teniamo particolarmente a questo incontro, che ha alle spalle un lavoro di scrittura da parte di diversi ragazzi seguiti da Giulia, Carolina ed Emiliano: è proprio la nostra amica Giulia Blasi a raccontare, nel pezzo di seguito, quanto la testa degli adolescenti sia piena di storie che aspettano solo di uscire.

Nel corridoio del Centro Giovani Fenix 19 c’è una fila di fotografie. Sono le facce dei ragazzi che frequentano il doposcuola, che vengono lì a fare i compiti, da soli o in gruppi, le ragazze che confabulano, i maschi che si spintonano ridendo, qualcuno che si aggrappa al computer e starebbe sempre lì. Alcuni hanno problemi con l’italiano, a scuola fanno più fatica degli altri perché la lingua che parlavano alla nascita e che tuttora parlano a casa è diversa: le loro facce lo dicono, sono italiani di genere nuovo, colori diversi, tradizioni diverse.
Quando li incontri la prima volta fanno le facce annoiate, cercano di mantenere la distanza. Chi sono, queste qui che vogliono farci scrivere dei racconti? Non scriviamo già abbastanza a scuola? La maggior parte guarda me e Chiara con sufficienza, dicono di non leggere, fanno battute, cercano di provocarci. Quando usciamo dopo il primo incontro ci diciamo: sarà dura.

Cosa ci è venuto in mente?

La colpa è mia, lo dico subito: sono un vampiro che si nutre di sangue giovane. Ogni incontro con gli studenti mi nutre, mi dà la carica, sono come Popeye con gli spinaci, come Asterix con la pozione magica. Vado lì a parlare di cose che so o so fare, e mi porto via molto più di quello che ho dato, sempre. E anche questa volta ho detto a Chiara: facciamo qualcosa con le scuole. Da lì a proporre un mini-workshop sulla scrittura di racconti con concorso annesso, trovare una sponda nelle educatrici del Fenix 19 e partire è stata questione di un paio d’ore.

Quello che non ci aspettavamo, soprattutto dopo il primo incontro, era di trovare ad aspettarci ben otto racconti, “E Cherzy ha scritto una cosa lunga, un romanzo”, ci dicono. Cherzy si nasconde dietro i capelli, ha consegnato anche un racconto ma la vera cosa che ha nel cassetto è lunga ventitré capitoli. Iniziamo l’incontro, c’è con noi anche Carolina Cutolo, che racconta a tutti i presenti come ha cominciato a scrivere: era perché le piaceva uno della sua classe, e lei non poteva dirlo a nessuno, e lei ha deciso di mettere per iscritto tutto quello che gli voleva dire, anche se lui non l’avrebbe mai letto. Saranno una decina e la stanno fissando tutti con sguardi attenti che non avevo visto mai. A tutti piace qualcuno, a tutte le età, figurarsi a tredici, quattordici, quindici anni.

Quando tocca a me, comincio a spiegare le norme di base della stesura di un racconto: il chi, il cosa, il come, la struttura, la differenza con un romanzo. Leggiamo qualcuno degli elaborati: il tema che abbiamo scelto è “La fuga”. Bamba, che ha dieci anni, ha scritto un racconto di tre righe su un ragazzino che scappa dentro il computer. Suo fratello Mohamed è a metà della storia di un
ladro e spacciatore che è finito in galera, scritta come il monologo di un poliziottesco. Ognuno dei lavori consegnati ha un carattere, segue le linee di un genere: la maggior parte hanno più la struttura del soggetto che quella del racconto vero e proprio, ma sono storie che gli autori si sono seduti a immaginare, a mettere su carta. Il fratellino di Cherzy non ha ancora scritto niente, ma per tutto l’incontro suggerisce punti da aggiungere alla lista delle regole per creare un racconto: è brillante, acuto, ha ottime idee e una comprensione della narrativa superiore a quella di gente vent’anni più vecchia di lui. A tre quarti frigge, si agita, dice “Vado a scrivere” e corre via.

Quando esco da lì ho dei gran pensieri confusi su come sia possibile che la scrittura, le storie vivano così forti dentro chiunque, anche chi non ha mai scritto niente prima, in un paese dove non legge nessuno. Stiamo sbagliando qualcosa: dobbiamo solo capire cosa. Per ora, mi limito a respirare. Sto proprio bene.

Qui il programma di domenica.
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Ghigliottina.it: informazione indipendente di qualità

Un nuovo taglio all’informazione è il sottotitolo, lo slogan che fa capire cos’é e chi fa parte di Ghigliottina.it, che per il secondo anno consecutivo ha il piacere e l’onore di partecipare a Mal di Libri. Nell’ottobre di 12 mesi fa, armati di entusiasmo, computer, telecamera e microfono i ragazzi di questo settimanale online romano nato nel 2007, si sono presentati alla prima edizione di Mal di Libri con l’intento di farsi conoscere e condividere insieme questa manifestazione culturale.

Sabato 20 e domenica 21 ottobre 2012 se vedrete qualcuno con in mano una telecamera e un microfono non spaventatevi: la sete di informazione indipendente e di qualità vi coinvolgerà, naturalmente in mezzo agli stand e durante gli incontri di Mal di Libri

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Via dei Serpenti: un blog dedicato all’editoria di qualità

Ecco il guest post che il sito dedicato alla piccola e media editoria romana Via dei Serpenti ha regalato a Mal di Libri: i nostri amici ci svelano come due voci che parlino dello stesso libro siano sempre inevitabilmente diverse.

Via dei serpenti sarà tra gli ospiti dell’evento Dal libro-feticcio al blog letterario: come si mettono in rete le storie, alle 21.30 di domenica 21 presso l’Hula Hoop Club di via De Magistris 91/93, insieme a  Colla – Una rivista in crisi, Conaltrimezzi, Flanerì, Pub, SetteperUno e Tropico del Libro.

Si può dire che Via dei Serpenti abbia iniziato il suo cammino tra recensioni e interviste con Playground, la piccola casa editrice romana fondata da Andrea Bergamini nel 2004 «per caso e contemporaneamente come risposta a un’esigenza profonda. Il caso è un amico che ti propone l’idea; l’esigenza profonda, invece, è la passione convinta, non hobbistica o astratta, per la narrativa. A questo aggiungerei l’incoscienza». Così spiegava Andrea Bergamini a Via dei Serpenti nell’intervista del 5 settembre 2011, inaugurando il filone di dialoghi con editori, autori, illustratori.

È con un libro di Playground, il bellissimo A cosa servono gli amori infelici di Gilberto Severini, che Via dei Serpenti si presenta per la prima volta al pubblico della rete il 25 aprile 2011.

A cosa servono gli amori infelici, romanzo di grande suggestione e soluzioni narrative differenti, è la storia di un uomo senza qualità, un «generico della vita», un «paroliere dei discorsi di circostanza presidenziali» che affronta con coraggioso disincanto la ricostruzione del proprio passato, superando la tentazione di rendere interessante ciò che è stato soltanto arida quotidianità. Con una scrittura pacata e nitida, che sa essere amara e spietata, ma anche ironica e leggera, Severini scompone e ricostruisce le atmosfere della provincia italiana, i furori della protesta giovanile degli anni Sessanta, il rimpianto, spesso struggente, delle occasioni mancate, di una vita intravista ma mai pienamente vissuta, le contraddizioni di una cultura intrisa di pregiudizi dove la passione e il desiderio sessuale appaiono imbarazzanti e vergognosi.  […] sono lasciate affiorare le confessioni più intime e sconvenienti, i tumulti e i travagli silenziosi di un ragazzo che scopre di essere oggetto di desiderio e di amore ma che non vuole e non può ricambiare. […] Di una vita possono restare soltanto passioni sfiorate, amori rimpianti e occasioni mancate, ma si può anche scoprire il desiderio dell’attesa, non importa a quale età. Si può aspettare la seconda chance, perché questa volta si vuole partecipare, anche senza sapere ancora a cosa.” (dalla recensione di Emanuela D’Alessio).

Il libro è stato tra i finalisti allo Strega 2011 e godendo di una meritata celebrità, Playground ha riportato in libreria un altro romanzo di Severini, Congedo ordinario, cui Via dei Serpenti ha dedicato una doppia recensione.

“Con uno «stile piano e preciso, concreto eppure poetico» (gli aggettivi sono rubati a Marco Lodoli poiché probabilmente non ne esistono di migliori per descrivere la prosa di questo autore), Severini crea un breve e incisivo romanzo che fa pensare e che riempie di una soffusa e delicata malinconia. Definito da Pier Vittorio Tondelli «uno dei migliori talenti della sua generazione» e «lo scrittore più sottovalutato d’Italia», Severini è un campione di misuratezza, così lontano da certa narrativa urlata e sensazionalista di oggi. Persino nel raccontare cose che potrebbero facilmente essere sfruttate per scioccare il lettore, (in questo caso la vita “scandalosa” di un professore gay di provincia e, in A cosa servono gli amori infelici, le tendenze omosessuali e vagamente pedofile di un prete), Severini rimane calmo e compassato, quanto più lontano dalla volgarità che ormai spadroneggia un po’ ovunque. Un autore del genere, in un mondo del genere, è quasi un eroe.” (dalla recensione di Chiara Rea).

Via dei Serpenti ricorre spesso alla doppia recensione di un medesimo libro, non tanto per mettere in evidenza giudizi contrastanti o divergenti, quanto per esaltare la variegata complessità dell’apprezzamento. È accaduto, in particolare, con un altro libro Playground La verità, soltanto la verità di Helen Humpreys, recensito su Via dei Serpenti il 7 e il 14 novembre 2011.

“Un romanzo storico (la Humphreys ha attinto alla biografia di Sainte-Beuve e per quanto possibile ha ricalcato gli avvenimenti realmente accaduti) che lascia spazio all’immaginazione, La verità, soltanto la verità, ripropone i grandi temi della solitudine, del dolore, della perdita e dell’irresolutezza dell’amore, ma sembra porre anche una domanda. La verità, prova a chiedersi la scrittrice attraverso le riflessioni e le intense conversazioni di Charles e Adèle, è indispensabile o soltanto strumento crudele di devastazione dei sentimenti e della felicità? La letteratura porta alla verità o è la sua estrema negazione? Nessuno dei protagonisti ha trovato una risposta ma tutti vengono sopraffatti: per loro la verità si è rivelata fatale.” (dalla recensione di Emanuela D’Alessio).

“Se vogliamo definire La verità, soltanto la verità  come “una storia d’amore” – e in effetti lo è – dobbiamo però chiederci che cosa sia l’amore. È la passione tenera, malinconica e clandestina che unisce Charles  e Adèle? È l’ammirazione mista a invidia che Charles prova per Victor? O è l’amicizia che lega i due uomini? È l’innamoramento incondizionato che Victor nutre per sé
stesso e per le proprie opere? È il fervente e devoto amore materno che Adèle prova per i suoi figli? O la follia disperata e cieca della piccola Dédé che segue ossessivamente l’amato Albert che invece la evita e la respinge? È tutto questo e molto altro ancora, perché in realtà il concetto di “amore” è ambiguo, multiforme, sfugge alle definizioni che da sempre l’uomo ha tentato di
attribuire.
Questo è il nodo centrale del romanzo di Helen Humphreys che con cura, eleganza e sentimento ricostruisce la storia realmente accaduta di Charles Sainte-Beuve, Victor Hugo e Adèle Hugo, personaggi che non hanno bisogno di essere presentati.
La verità, soltanto la verità è un’immersione nelle profondità dell’animo umano, nella complessità dei rapporti con gli altri e, prima di tutto, con noi stessi. Pieno di echi della letteratura francese (come non pensare, ad esempio, al Contro Sainte-Beuve in cui Proust espone la propria idea di letteratura e critica S-B quando ritiene che per capire l’opera di un autore non si possa fare
a meno di conoscerne e interpretarne la biografia e la vita privata), questo romanzo è anche un’elegia della letteratura come principale strumento di comprensione dell’esistenza, un inno al potere – non sempre positivo ma totalizzante – della scrittura. Il tutto narrato con una grazia e un’eleganza che raramente s’incontrano nei libri d’oggi.
«Scrivo questa storia per entrarci di nuovo dentro. Tutto qui. La scrittura non ricrea l’attimo, piuttosto lo ferma. E quando l’attimo è fermo, puoi finalmente osservarlo per bene. Puoi girarci intorno, esaminarlo da ogni lato. Nella vita reale l’attimo vola via. Non si può fare altro che arrancargli dietro o correre per cercare di raggiungerlo».” (dalla recensione di Chiara Rea).

Abbiamo scelto di presentarci attraverso una casa editrice come Playground perché ha ispirato la nostra decisione di creare uno spazio in rete per parlare di libri e di editoria, in particolare di piccola e media editoria romana.

Per capire meglio – noi – come sia possibile realizzare un progetto culturale nonostante le mille insidie e difficoltà; per fare capire – agli altri – come sia sufficiente discostarsi anche di poco dai canali più tradizionali, dal mainstream, dai numeri sensazionalistici delle classifiche, per incontrare la buona qualità.

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PUB: can’t take my mind off of books

Capita tra i banchi cigolanti dell’Università, tra le macchinette che offrono cibo spazzatura come rimedio chimico a giornate infarcite di burocrazia. Capita tra lezioni sovrapposte e corse al cardiopalma tra scale e corrimano per riuscire a raccattare qualche concetto qui e qualche indicazione lì. Capita sui fili d’erba di un prato che è l’unica forma di vita a non appassire tra pareti solo esternamente salde. Capita in un corso, quello di Economia e Gestione delle imprese editoriali, attorno al quale si ritrova un gruppuscolo di poco più che ventenni intenzionati a parlare, fare, vivere di libri.

Alleluia, qualcuno ha capito che per far rivivere un luogo che tutto contribuisce a logorare, tra infausti presagi degli analisti del mercato del lavoro e tagli lineari ai ministeri, crisi di ogni genere, economiche, culturali, valoriali, psicologiche, fisiche, la chiave di volta è dare parola e possibilità di azione ai giovani!

Giovani, entità metafisica prima ancora che anagrafica, brodo primordiale e post-moderno in cui rientra tutto, parola ombrellone e satellite, in cui possono convivere un tredicenne alle prese con la scelta dell’istituto superiore da intraprendere e un vitale cinquantenne che ambisce a ottenere la pensione prima del sopraggiungere della morte. Per una volta i giovani sono davvero giovani, pienamente giovani e giovani fino in fondo.

Sono quelli che ai libri si sono consacrati, in momenti diversi, per circostanze peculiari, e che hanno deciso di invischiarsi in un legame dove l’infedeltà è richiesta come elemento costitutivo. Aprono un libro e all’esergo sono già proiettati al principio di una scia lunga millenni e chilometri, sono giovani che leggono in ogni condizione, lean back, lean forward, in mobilità, in malattia, nella buona e nella cattiva sorte, nel sonno, nella veglia per lo più, su nevi antartiche e su deserti sahariani, nella solitudine più tetra e in consessi frequentati da migliaia di persone, che pensano di leggere financo durante l’amore fisico, perché anche quello è momento libresco, anche quello è un momento di carta e inchiostro, di rapimenti e suggestioni multiple.

Vivono con i libri, pensano a un luogo virtuale dove far convergere la buona volontà e la passione di chi, prima per dovere didattico poi per vocazione, vuol recensire testi di qualsiasi natura, dal saggio sulla radice di guaranà più antica del mondo al romanzo distopico dell’autore lappone che racconta una terra fatta interamente di tetrapak.

Recensioni, l’origine del male e del bene di Pub, la Pangea e la panacea, la genesi, cui si aggiungono e avvicinano per nascita spontanea e ponderata gli altri continenti degli ubriachi bibliofili, le news, gli approfondimenti, il magazine.

Alle periferie della musica in quel giovanilese cui questi giovani guardano con un sospetto malcelato, c’è chi direbbe “tanta roba”. E a ragione. Perché di tanta roba si tratta. Di centinaia di recensioni che arrivano dai corsisti di quella prof che ha messo una croce su Croce e lascia fare, vigilando e indirizzando, assieme agli inventori e avventori di Pub che si ritrovano a lavorare fianco a fianco, gomito a gomito, da una porta all’altra del web.

Così arrivano le prime partecipazioni alle fiere dell’editoria, di quell’editoria da prima linea, la fanteria dei libri che continuano a crescere nella biblioteca di Pub e nell’archivio digitale, meno visibili ma ugualmente concreti. Perché anche i bit e i pixel hanno un ruolo determinante nella storia di questi sodali degli incunaboli. Il sapere è libero, la società liquida ma i libri non si fanno rinchiudere in nessuna definizione. Viaggiano da un angolo all’altro del mondo e sui supporti più diversi e quegli ubriachi contagiati dal sacro morbo gioiscono nel poter leggere un romanzo, una graphic novel, un giornale, un fumetto sui loro smartphone, sui tablet e soprattutto sugli ebook reader.

Vessillo di una battaglia ingaggiata contro la tendenza generale della nazione dove i lettori latitano e si disperdono, l’ebook diventa il grimaldello per ribadire un’identità di lettori cosciente e forte, più che onnivora versatile, più che bulimica saggia.

E così, accanto a un tomo della Divina Commedia fregiato con le illustrazione di Gustave Dorè che da solo occupa un intero scaffale della Billy acquistata all’Ikea più vicina in un interminabile e piovoso sabato pomeriggio, convive un Kindle o un Nook o un Leggo, spessi quanto un manuale d’istruzione di quella libreria svedese ma con una capienza di migliaia di libri.

Libri che potrebbero e dovrebbero essere più facili da comprare e leggere, che non dovrebbero essere incatenati a un produttore materiale, vincolati a un solo dispositivo di lettura. E qui inizia una nuova battaglia per quei lettori alla spina, che tra la diffidenza nei confronti dei provvedimenti governativi e le mire speculatorie degli imprenditori mondiali del libro, continuano a credere che leggere sia un diritto, da pagare sì ma prima ancora da garantire, a chi lo cerca e a chi lo procura.

E quel gruppo di giovani arriva fino a Mal di Libri, quando si avvia a iniziare un nuovo anno di impegni e progetti, puntando alle scuole e ad altre fiere. Perché se c’è un appuntamento con i libri Pub c’è sempre. Arriverà in anticipo e lo troverete ad aspettare sotto una pensilina o su una scalinata a leggere qualcosa, in attesa che si inizi a parlarne ancora, a cronicizzare ulteriormente quel male così fecondo che ci lega a chi ha inventato ogni cosa, i libri.

– la redazione di PUB Lettori alla spina

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Pub Lettori alla spina ha il Mal di Libri!

Continua la nostra carrellata di partner: Pub Lettori alla spina (qui uno dei loro video per Librinnovando) affronta un tema a noi molto caro, le presentazioni-suicidio che paiono una messa suggerendo una ricetta per sconfiggere la noia indicando il web come possibile soluzione. Potevamo non averli come compari nel nostro baccanale libresco?

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Roland Macchine e Animali: l’editing spiegato a mia madre

Mamma: «Perché partite così presto?»
Io: «Perché andiamo a vedere Roland. È un incontro in cui tre scrittori esordienti leggono i loro racconti di fronte a diversi editor, un agente letterario e un critico. Queste persone poi spiegano agli aspiranti scrittori i loro pareri, simulando in un certo senso il lavoro di una casa editrice di fronte al testo.»
Mamma: «Cos’è un editor? È l’editore?»
Io: «No, o meglio, in certi casi sì, ma molto spesso editor e editore sono persone diverse. L’editor è la persona che si occupa dello stile di un manoscritto, confrontandosi con l’autore.»
Mamma: «Ah, è il correttore di bozze.»
Io: «No, mamma. Il correttore di bozze a volte fa del micro-editing, ma si occupa della correttezza grammaticale e sintattica del manoscritto. Mentre l’editor legge il testo e cerca di capire dove e come va modificato per migliorarlo stilisticamente. Per esempio se ci sono delle incongruenze nella trama o se i personaggi non sono credibili, ma anche se la lingua ha dei cambi di registro o ha dei momenti piatti, l’editor modifica il testo insieme allo scrittore per renderlo più fluido.»
Mamma: «Ah. Quindi è uno scrittore?»
[ad libitum]

Questo weekend Fortebraccio è stato a Pordenonelegge, e tra uno spritz e una presentazione ha imparato molto. Nello specifico la delegazione pignetesca era formata da Chiara Di Domenico, la presidenta presidenziale, e da me, Caterina, che a Pordenone ho fatto il liceo e conosco bene la Festa del libro e degli autori. Siamo state a molti incontri e molti li abbiamo persi, perché il programma di quest’anno era fittissimo e si sa che in Friuli l’aperitivo è irrinunciabile. Abbiamo visto molta poesia e una buona dose di fumetto, le parole in viaggio e quelle per i bambini, libri nuovi e fuori catalogo – la bancarella più interessante, quella in cui abbiamo scovato Fortebraccio, era gestita da uno degli organizzatori di Cucine del popolo che tra una tartina e un bicchiere di vino c’ha invitate a Massenzatico ai primi di ottobre, tanto per sposare le pagine a un po’ di sostanza.

Abbiamo sentito parlare di tutto quello che ci fa venire il Mal di Libri: la narrazione, le storie raccontate e lette ad alta voce e ciò che può nascere da un racconto. Per questo ci è piaciuto sentire le voci di tre autori al secondo incontro di Roland macchine e animali, tenutosi il 22 e il 23 settembre al Ridotto del Teatro Verdi. Gli esordienti erano Ginevra Lamberti, Matteo Trevisani e Mario Filloley, e le loro storie parlavano di valli in cui vecchie uccidono lumaconi, padri imperfetti abbandonati dalle mogli e di professori terrorizzati dalle studentesse-erinni di un istituto per estetiste.

Andrea Cortellessa, Jacopo De Michelis, Giulio Mozzi, Piergiorgio Nicolazzini, Michele Rossi e Chiara Valerio si sono confrontati sui testi e hanno parlato agli autori ma anche al pubblico di cosa voglia dire editare un racconto o un romanzo, di cosa sia il talento e di quante mani ci siano dietro a un libro. È un vero peccato che mia madre non abbia partecipato all’incontro, ma per lei e per chi vuole capire cosa voglia dire editing ecco qualche considerazione tratta dalla conferenza.

Per Chiara Valerio un’opera di editing è qualunque scambio creativo che faccia emergere le intenzioni profonde dell’autore: il libro pubblicato non sarebbe quindi solo dell’autore, infatti l’idea di autore singolo è superata nel cinema e restiste strenuamente solo nella letteratura. Per Andrea Cortellessa invece questa prospettiva fa perdere di vista il talento, e il cinema ficcato in letteratura ha creato spesso e volentieri vere e proprie catastrofi.
Giorgio Vasta a proposito ha introdotto l’interessante concetto di 
darwinismo letterario, assimilabile al concetto cinematografico di pitch: quando un video è coinvolgente per i primi minuti “funziona”, altrimenti viene scartato. Lo stesso accade ormai per un testo: Cortellessa cita Bonami, che ha osservato come anche nella video-arte sia entrato il concetto di pitch — con questo criterio però l’artista Bill Viola verrebbe scartato, e chissà quanti scrittori validi che fanno della lentezza la loro cifra stilistica!
In questo senso De Michelis ha ricordato che la storia dell’editoria è piena di 
errori di valutazione clamorosi fatti di fronte un’opera compiuta: Valerio ha definito i racconti sottoposti a Roland delle “scritture potenziali”. Allo stesso tempo Cortellessa ha sottolineato come Roland sia una manifestazione atipica perché a discutere degli stessi testi brevi si trovano diversi professionisti, che possono parlarne anche con gli autori: molto diverso da quello che accade in casa editrice, dove un solo editor legge un romanzo intero con una pila di minacciosi manoscritti sulla scrivania.

Ma cosa cerca un editor o un agente in un autore? Per Piergiorgio Nicolazzini non si deve cercare per forza una voce compiuta, quanto la dose d’intenzionalità di un testo: quanto uno scrittore, seppure acerbo, sappia maneggiare lo stile e la lingua. Per De Michelis l’importante è trovare un modo nuovo di guardare il mondo, e una voce. L’editor in questo senso è un maieuta.

Ecco alcuni consigli stilistici che abbiamo carpito:

  • Per scrivere un testo comico bisogna avere un grande controllo tecnico. Questo vale ancor di più quando si trattano temi che hanno toccato la vita di ognuno di noi – ad esempio l’abbandono. Non bisogna mai rendere un testo consueto e consunto, soprattutto se si parla di temi quotidiani: per evitare questo errore bisogna essere molto attenti alla lingua e allo stile;
  • L’eccesso di dichiaratività, ovvero fare spiegoni, è come dare dello scemo al lettore;
  • Evitare come la peste gli aggettivi ovvi: dire che un bambino è innocente è inutile quanto dire che il cielo è blu;
  • Non prendersi troppo sul serio e sapere con esattezza di cosa sta parlando: dire “ho un racconto sull’incomunicabilità” non ha senso;
  • La scrittura dev’essere all’altezza delle mire del testo.

Se volete sentire la voce di uno degli organizzatori, qui c’è il podcast con un’intervista di Zazà a Marco Peano. Roland torna a Milano il prossimo weekend, con laboratori e incontri. Qui il sito e il facebook con tutte le informazioni. Noi ci saremo, e voi? 

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Mal di libri ha sete di storie, le tue comprese. A grande richiesta torna la posta dell’Editor.

Il diario di Elsa Morante

Invia il tuo racconto di massimo 8000 battute a maldilibri[at]gmail.com accompagnato da nome, cognome, telefono e indirizzo e-mail. I nostri editor aspettano le tue storie.

Quest’anno la posta dell’Editor fa il bis: dopo il successo della prima edizione aspettiamo nuovi racconti di massimo ottomila battute per far diventare ogni lettore scrittore per un giorno, confrontandosi con editor professionisti che dopo una lettura attenta sapranno svelare punti di forza e debolezze delle loro narrazioni. Scrivere di getto va bene, ma anche la lima è utile: ogni libro passa per più mani, ogni storia è in divenire, e l’editor è l’occhio vigile e segreto dietro ogni storia riuscita – se Carver è sbocciato grazie a Gordon Lish, potrebbero essere i nostri Francesco Pacifico e Michele Vaccari a darvi i consigli giusti per tenere chi vi legge attaccato alla pagina! O anche i professionisti di L’erudita, che di esordienti sa qualcosa.

Gli autori delle storie più interessanti saranno ricontattati e invitati a Mal di Libri per fare una chiacchierata sui racconti, con suggerimenti su come proporre il proprio lavoro o un instant editing di fronte a una birra. La posta dell’Editor aspetta solo te.

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Ti piacerese fare il scritore?


(l’immenso Natalino Balasso)

Se anca voi volete scrivere un raconto sula gente che si basa e ciucia il ghiaciolo ad Asiago, mandate le vostre perle di sageza al Premio Sperduti!
Avete tempo fino al 15 otobre per mandarci i vostri pensieri di come che li pensate voi.
Devono esere lunghi masimo 5000 batute che non sono schiafoni ma carateri di quando che scrivi al computer. E devono far ridere ah!
Potete vincere dei libri e anca dela bira diretamente dale mani di un scritore.
Cosa aspetate?

Mal di libri: una risata vi sepelirà.

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Mal di libri al FLEP!

Si inaugura oggi il FLEP!, primo festival delle letterature popolari, ideato e promosso dagli autori di TerraNullius Narrazioni Popolari e dall’associazione Ontheroad con il patrocinio del V municipio di Roma. Un progetto che prenderà vita dal 12 al 16 settembre al Parco Meda, nel quartiere popolare Tiburtino, dove all’inizio degli anni ’80 un gruppo di ragazzi decise di “piantare”un bus e riappropriarsi di uno spazio lasciato al degrado. Da quel bus, divenuto anche logo del festival, il Flep! ha deciso di cominciare la sua avventura: una fiera editoriale all’aperto concepita più come un bazar dove incontrare i libri e i loro autori, una postazione dove conoscere le nuove tecnologie applicate all’editoria e un palco letterario dove i libri sono presentati attraverso letture, musica ed immagini proiettate su maxi schermo. Completano il programma corsi di scrittura e illustrazione per bambini, una radio che in diretta streaming darà voce ai protagonisti e agli avventori del parco, un punto ristoro e tanto altro.

“Il Flep! – spiegano quelli di TerraNullius – vuole riavvicinare la società civile alla cultura alta, ai valori della nostra tradizione letteraria e artistica, convinti che l’arte in tutte le sue sfaccettature sia l’unico motore ‘sano’ della civiltà, l’unica cosa in grado di raccontarci chi eravamo, chi siamo e cosa siamo in grado di fare. Flep! è una risposta ‘attiva’ all’ imperante mercificazione della cultura e alle logiche della sua industria oramai agonizzante”.

Questa sera noi ci saremo, e voi?

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