Archivi categoria: Mal di pagine

La dieta dello scrittore

«Ecco di che cosa aveva bisogno un uomo: speranza. Era l’assenza di speranza a scoraggiare un uomo. Ricordai i giorni di New Orleans, quando mangiavo solo due tavolette di cioccolata da cinque cents al giorno per aver tempo di scrivere. Ma purtroppo morir di fame non faceva diventare veri artisti. Anzi. L’anima dell’uomo ha radici nello stomaco. Chiunque scrive molto meglio dopo una bistecca di manzo e una pinta di whiskey che non dopo una tavoletta di cioccolata da cinque cents. Il mito dell’artista morto di fame è una balla».
Charles Bukowski – «Factotum»
Annunci
Contrassegnato da tag ,

Da grande

C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver.

Una storia di amore e di tenebra, Amos Oz

Vietato chiedere…

“Che cosa fa di professione?”

“Sono scrittore”.

“Non intendevo questo… tutti siamo in qualche modo scrittori! Le chiedevo che cosa fa, come si guadagna da vivere?”

Dubravka Ugresic – «Vietato leggere»

Contrassegnato da tag ,

“Portatemi da Mal di Libri!”


“Le scarpe d’argento” disse la Strega Buona “hanno poteri meravigliosi. E una delle loro caratteristiche più curiose è che possono portarti in qualsiasi posto al mondo in tre passi, e ogni passo avrà la durata di un batter d’occhio. Non devi far altro che battere i tacchi tre volte e ordinare alle scarpe di portarti dovunque tu voglia andare”.

IL MERAVIGLIOSO MAGO DI OZ (LYMAN FRANK BAUM)

Photo by Annie Leibovitz – (The Wizard of Oz – Vogue)

Accetta il consiglio

Sono libri, – disse lui, – leggici dentro fin che puoi. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri.
(C. Pavese, La luna e i falò)

Roland Macchine e Animali: l’editing spiegato a mia madre

Mamma: «Perché partite così presto?»
Io: «Perché andiamo a vedere Roland. È un incontro in cui tre scrittori esordienti leggono i loro racconti di fronte a diversi editor, un agente letterario e un critico. Queste persone poi spiegano agli aspiranti scrittori i loro pareri, simulando in un certo senso il lavoro di una casa editrice di fronte al testo.»
Mamma: «Cos’è un editor? È l’editore?»
Io: «No, o meglio, in certi casi sì, ma molto spesso editor e editore sono persone diverse. L’editor è la persona che si occupa dello stile di un manoscritto, confrontandosi con l’autore.»
Mamma: «Ah, è il correttore di bozze.»
Io: «No, mamma. Il correttore di bozze a volte fa del micro-editing, ma si occupa della correttezza grammaticale e sintattica del manoscritto. Mentre l’editor legge il testo e cerca di capire dove e come va modificato per migliorarlo stilisticamente. Per esempio se ci sono delle incongruenze nella trama o se i personaggi non sono credibili, ma anche se la lingua ha dei cambi di registro o ha dei momenti piatti, l’editor modifica il testo insieme allo scrittore per renderlo più fluido.»
Mamma: «Ah. Quindi è uno scrittore?»
[ad libitum]

Questo weekend Fortebraccio è stato a Pordenonelegge, e tra uno spritz e una presentazione ha imparato molto. Nello specifico la delegazione pignetesca era formata da Chiara Di Domenico, la presidenta presidenziale, e da me, Caterina, che a Pordenone ho fatto il liceo e conosco bene la Festa del libro e degli autori. Siamo state a molti incontri e molti li abbiamo persi, perché il programma di quest’anno era fittissimo e si sa che in Friuli l’aperitivo è irrinunciabile. Abbiamo visto molta poesia e una buona dose di fumetto, le parole in viaggio e quelle per i bambini, libri nuovi e fuori catalogo – la bancarella più interessante, quella in cui abbiamo scovato Fortebraccio, era gestita da uno degli organizzatori di Cucine del popolo che tra una tartina e un bicchiere di vino c’ha invitate a Massenzatico ai primi di ottobre, tanto per sposare le pagine a un po’ di sostanza.

Abbiamo sentito parlare di tutto quello che ci fa venire il Mal di Libri: la narrazione, le storie raccontate e lette ad alta voce e ciò che può nascere da un racconto. Per questo ci è piaciuto sentire le voci di tre autori al secondo incontro di Roland macchine e animali, tenutosi il 22 e il 23 settembre al Ridotto del Teatro Verdi. Gli esordienti erano Ginevra Lamberti, Matteo Trevisani e Mario Filloley, e le loro storie parlavano di valli in cui vecchie uccidono lumaconi, padri imperfetti abbandonati dalle mogli e di professori terrorizzati dalle studentesse-erinni di un istituto per estetiste.

Andrea Cortellessa, Jacopo De Michelis, Giulio Mozzi, Piergiorgio Nicolazzini, Michele Rossi e Chiara Valerio si sono confrontati sui testi e hanno parlato agli autori ma anche al pubblico di cosa voglia dire editare un racconto o un romanzo, di cosa sia il talento e di quante mani ci siano dietro a un libro. È un vero peccato che mia madre non abbia partecipato all’incontro, ma per lei e per chi vuole capire cosa voglia dire editing ecco qualche considerazione tratta dalla conferenza.

Per Chiara Valerio un’opera di editing è qualunque scambio creativo che faccia emergere le intenzioni profonde dell’autore: il libro pubblicato non sarebbe quindi solo dell’autore, infatti l’idea di autore singolo è superata nel cinema e restiste strenuamente solo nella letteratura. Per Andrea Cortellessa invece questa prospettiva fa perdere di vista il talento, e il cinema ficcato in letteratura ha creato spesso e volentieri vere e proprie catastrofi.
Giorgio Vasta a proposito ha introdotto l’interessante concetto di 
darwinismo letterario, assimilabile al concetto cinematografico di pitch: quando un video è coinvolgente per i primi minuti “funziona”, altrimenti viene scartato. Lo stesso accade ormai per un testo: Cortellessa cita Bonami, che ha osservato come anche nella video-arte sia entrato il concetto di pitch — con questo criterio però l’artista Bill Viola verrebbe scartato, e chissà quanti scrittori validi che fanno della lentezza la loro cifra stilistica!
In questo senso De Michelis ha ricordato che la storia dell’editoria è piena di 
errori di valutazione clamorosi fatti di fronte un’opera compiuta: Valerio ha definito i racconti sottoposti a Roland delle “scritture potenziali”. Allo stesso tempo Cortellessa ha sottolineato come Roland sia una manifestazione atipica perché a discutere degli stessi testi brevi si trovano diversi professionisti, che possono parlarne anche con gli autori: molto diverso da quello che accade in casa editrice, dove un solo editor legge un romanzo intero con una pila di minacciosi manoscritti sulla scrivania.

Ma cosa cerca un editor o un agente in un autore? Per Piergiorgio Nicolazzini non si deve cercare per forza una voce compiuta, quanto la dose d’intenzionalità di un testo: quanto uno scrittore, seppure acerbo, sappia maneggiare lo stile e la lingua. Per De Michelis l’importante è trovare un modo nuovo di guardare il mondo, e una voce. L’editor in questo senso è un maieuta.

Ecco alcuni consigli stilistici che abbiamo carpito:

  • Per scrivere un testo comico bisogna avere un grande controllo tecnico. Questo vale ancor di più quando si trattano temi che hanno toccato la vita di ognuno di noi – ad esempio l’abbandono. Non bisogna mai rendere un testo consueto e consunto, soprattutto se si parla di temi quotidiani: per evitare questo errore bisogna essere molto attenti alla lingua e allo stile;
  • L’eccesso di dichiaratività, ovvero fare spiegoni, è come dare dello scemo al lettore;
  • Evitare come la peste gli aggettivi ovvi: dire che un bambino è innocente è inutile quanto dire che il cielo è blu;
  • Non prendersi troppo sul serio e sapere con esattezza di cosa sta parlando: dire “ho un racconto sull’incomunicabilità” non ha senso;
  • La scrittura dev’essere all’altezza delle mire del testo.

Se volete sentire la voce di uno degli organizzatori, qui c’è il podcast con un’intervista di Zazà a Marco Peano. Roland torna a Milano il prossimo weekend, con laboratori e incontri. Qui il sito e il facebook con tutte le informazioni. Noi ci saremo, e voi? 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Dicevamo?

(*)

«Non so sciare, non so giocare a tennis, nuoto così così, ma ho il “senso della frase”. Il senso della frase è Privilegio poiché, se lo possiedi, permette a una tua bugia di essere, se non creduta, almeno apprezzata. Nel caso poi, una volta tanto, tu ti decida a dire la verità, quella vera, quella che puzza perché non si lava con gli eufemismi, quella brutta perché non si ritocca né si abbellisce con la chirurgia estetica del ricordo, nel caso tu dica la verità, la verità pelosa, la verità arrapata, se possiedi il senso della frase la verità avrà l’aspetto un po’ puttanesco eppure di classe di una bella menzogna.
Il senso della frase è il sesso della frase, il suono della frase, il significato della frase. Il senso della frase battezza la frase, la estremizza e anche se la degrada col turpiloquio, la promuove comunque rendendola, alla fin fine, definitiva. Il senso della frase è il punto di arrivo del concetto espresso quando la frase è ancora nell’utero. È il punto di non ritorno. Un “punto e basta”. Un punto esclamativo ma, soprattutto, 666 punti esclamativi.
Diabolico senso della frase, io ti possiedo e ti amo. Fiato alle trombe di Eustachio, rimbombino le tube di Fallopio. Così è e così è stato.
Non so se si nasca con il senso della frase. Di sicuro ci si muore».

Andrea G. Pinketts – «Il senso della frase»

(*) Andrea G. Pinketts, 2008 acrilico su tela, 50 x 50 cm – Giuseppe Veneziano

Contrassegnato da tag , , , ,

Quando comincia?

«Come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già prima. La prima riga della prima pagina di ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori del libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo».

Italo Calvino, «Se una notte d’inverno un viaggiatore»

Vestiamoci sempre di nero

«Per lunghi periodi, la maggior parte dei libri in cui m’imbatto non mi piace. Certe volte mi sento un lettore finito: diventerò come quelli che dicono “io non leggo romanzi”, e se ne fanno un vanto? Conosco diverse persone così, e alcune le stimo pure. La narrativa a loro non interessa. È come se ci vedessero il trucco, come quando diventi grande e smetti di farti fregare dai prestigiatori, e allora leggono soltanto libri che dicono qualcosa di vero sul mondo. A me sembra un destino tristissimo a cui sono condannato. Ma per fortuna, un paio di volte all’anno, arriva un nuovo scrittore a sconvolgermi la vita, farmi sentire come la prima volta in cui ho scoperto Hemingway o Salinger. Prego che continui a succedere per sempre».

Paolo Cognetti, qui

Il tempo

«Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare.)
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
È forse questa la ragione per cui la metropolitana – assennato simbolo del suddetto dovere – finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi ci si arrischierebbe? Chi ha tempo di essere innamorato? Eppure, si è mai visto un innamorato non avere tempo per amare?
Non ho mai avuto tempo di leggere, eppure nulla, mai, ha potuto impedirmi di finire un romanzo che mi piaceva.
La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere».

Daniel Pennac, «Come un romanzo»

Annunci