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Di seguito le versioni integrali dei sei racconti che sono arrivati in finale per il I° Premio Sperduti, a partire da quello del vincitore, Giovanni Scarfini (esecrabilmente astemio, ma Sperduti l’ha scoperto troppo tardi) e poi in ordine di classifica fino al sesto.

IL DISPETTO, di Giovanni Scarfini

Giessica era una ragazza ossessionata dal suo amico immaginario, Michael: egli le faceva stalking e pure i dispetti: per dirne una, veniva a prenderla a scuola tutte le domeniche, per farle rabbia. Ma questa era solo la punta dell’iceberg: consegnava i giornali del mattino in ritardo, barava a briscola, si attivava di nascosto le vite infinite a streetfighter sul supernintendo, le sostituiva le pillole per l’eutanasia con le smarties e prendeva la scatola del lucido e la riempiva di confetti (come era solito fare Gary Coleman negli anni ottanta nella sigla di Arnold). Inoltre la chiamava nel cuore della notte per “sentire se stava bene” e questo a Giessica la mandava proprio in bestia, perché era chiaro che era solo una scusa per fare l’ennesimo dispetto. Un giorno però Giessica fu più birba di lui!

Cominciò a farsi sentire al telefono mentre parlava con le amiche di organizzare una grossa festa, alla quale avrebbe bevuto birra dalla cannella del lavandino (cosa che i più ritenevano impossibile) e Michael si incuriosì immediatamente, appizzando le orecchie: “berrò birra al doppio malto dal bagno e coca cola dalla canna per innaffiare!” Appena le telefonate terminavano, Michael le chiedeva insistentemente come avrebbe fatto, ma Giessica non rispondeva dicendo che i maghi non svelano mai i loro trucchi. Questo mandava Michael su tutte le furie, che si sentiva messo da parte, nonostante abitasse nel cervello di Giessica. Decise allora di rovinarle la festa: cercando per casa, trovò un fusto di birra nascosto nello sgabuzzino (dietro l’aspirapolvere) e subito pensò che fosse parte del misterioso piano ideato da Giessica per bere birra dal rubinetto. Ma come, come avrebbe fatto a collegarlo al sistema idrico casalingo?! Ormai non importava più perché Michael, manco a dirlo, aveva già deciso di fare un dispetto: bere tutta la birra e sostituirla con la sua tiepida urina che ne sarebbe derivata. Che faccia avrebbero fatto gli amici di Giessica quando dal rubinetto sarebbe sgorgata l’odorosa sostanza? Una volta scolato l’intero barilotto, Michael iniziò a urinare nello stesso quando dietro le sue spalle sentì un click tipico dell’iphone quando fa le foto: Giessica lo aveva fotografato col “coso” infilato in un barile di birra, e tramite l’opzione “condividi” inviò istantaneamente a tutti i suoi contatti la foto incriminata, avendo anche il tempo per intitolarla sesso feticista con l’alluminio. Questo rovinò per sempre la reputazione di Michael, che fu costretto a emigrare a Tampa Bay (che ospitando la fiera internazionale del fetish non lo giudicava affatto per ciò che si diceva di lui su internet). Ancora oggi il suo status di twitter è impostato su “non ero io quello della foto”. Giessica non rivide più Michael se non sul profilo di Linkedin, tramite ripetute richieste di iscrizione al servizio. Ad ogni modo la festa si fece, Michael non fu invitato e Giessica bevve effettivamente birra dal rubinetto e coca cola dalla canna per innaffiare.

Come fece a farlo, rimane un mistero ancora oggi.

IO NON VEDO LA MADONNA OVVERO LA TEORIA DEL SOFFITTO, di Emiliano Angelelli

C’è chi vede la Madonna.

Io no.

E credo che non sia possibile.

Vedere la Madonna, intendo.

Ecco. È successo di nuovo.

Ero concentratissimo a parlare dei concerti della prossima settimana… e pam! La riunione è in stallo.

Sono inchiodato alla ragnatela nell’angolo del soffitto.

I miei soci proseguono in attesa che succeda qualcosa.

“Fighi i Bigfoot. Gran gruppo.”

Siamo passati dalla programmazione dei concerti al menù del bistrot.

Ho una leggera latenza.

È successo di nuovo.

Dove ero rimasto?

Ah, la latenza.

Rimango indietro.

È perché io sono ossessionato.

Poi cerco di stare al passo con il resto del mondo.

Ma lui è sempre avanti.

E io dietro.

Non è colpa mia. È colpa di quello che vedo sul soffitto.

Mi capita con una certa frequenza.

Quotidiana.

Ogni 15-20 minuti.

Le cose mi appaiono semplificate in forma di immagini nitidissime sul soffitto.

Le vedo perfettamente. E durano a lungo.

Le chiamo le cose. Ma non sono cose.

E anche il plurale è sbagliato.

È.

Non sono.

“I Bigfoot mi hanno chiesto una data per il 26 novembre.”

C’è uno di questi ragazzi nuovi dello staff.

Mi guarda abbacinato.

Sono io quello abbacinato.

Perdio.

“Il 26 novembre.”

Abbacinato.

Perdio.

“Comunque pensavo…”

L’apparizione è considerevole. Lascio la frase a metà. Torno fra un po’.

Il ragazzo è ancora abbacinato.

“Perdio. Perché sei abbacinato in questo modo?”

“Mi è apparsa la tua immagine sul soffitto.”

“Anche a te?”

“Ti è apparsa la mia immagine sul soffitto?”

“No, mi è apparsa la mia immagine sul soffitto. È la prima volta che ti vedo. Per apparirti qualcuno deve essere almeno la seconda volta che lo vedi. Questa è la mia teoria.”

“E da quando ti succede?”

“La teoria?”

“No, di apparirti.”

“Dalla seconda volta che mi sono visto.”

“E a te? Ti sono già apparso altre volte?”

“No, è la seconda volta che ti vedo. E la prima che mi appari sul soffitto.”

“Bene… Comunque i Bigfoot sono un gran gruppo.”

“Sì?”

“Sì.”

 

L’AMORE È ETERNO FINCHÉ CI SONO LE PROTEINE, di Giulietta Ambrosi

Io, questa cosa dovevo scrivere un racconto divertente, non li so scrivere i racconti divertenti che mi vengono solo racconti tristi di gente che piange e dice cose che fanno piangere, ecco, sarà che io non li so scrivere i racconti che fanno ridere e però uno lo volevo scrivere lo stesso, sarà questo che ero sotto pressione ho incominciato a fare pensieri strani, che non erano proprio pensieri, erano più immagini che mi  baluginavano nella mente. Mentre facevo i sogni, venivano, queste immagini. Al Bano e Romina erano tornati insieme e volevano me. Giulietta, Giulietta, svegliati!, mi dicevano. Ditemi!, gli dicevo io. Hai visto che ci siamo riconciliati? L’abbiamo fatto per te, sappiamo quanto hai sofferto per la nostra separazione e abbiamo deciso di fare trionfare l’Amore!, così mi ripetevano tutte le notti. Ah, allora molte grazie, gli dicevo io ogni volta. Ora, c’è da dire, questa cosa che prima quei due se ne stavano insieme per mano a cantare a tutti Senti nell’aria c’è già la nostra canzone d’amore che va, io sarà che ero poi piccola, a guardarli ci avevo creduto a quella rappresentazione dell’Amore, e mi sembrava una cosa che a pensarci che poteva finire, quella rappresentazione là, non ci pensi mai. Un’altra cosa magari sì, ma quella no. Che poi dopo quando s’erano lasciati, questa notizia m’aveva defraudato – che non lo so se dice proprio così “defraudare”, non sono sicura, ma suona appropriato – dicevo, m’aveva defraudato dell’idea stessa  della Salvezza. Prendere bene, non tanto l’avevo presa bene. Che da allora avevo avuto difficoltà anche a relazionarmi coi maschi. A un certo punto finiva che li lasciavo. Che hai, non stai più bene con me?, mi dicevano quelli man mano che li lasciavo; No, rispondevo io, è che mi sono mancati i punti di riferimento, lo dice anche il mio analista. Mi sono venuti meno i modelli lietofinistici e adesso è difficile per me credere in un rapporto.                                                                                                                                                                                                     Di notte, ma pure di giorno, Al e Romi non solo ci tenevano a riappacificarmi con l’idea di PerSempre sentimentale, ma erano pure diventati il mio pungolo morale quotidiano: Giulietta, Giulietta!, intonavano all’unisono. Ditemi che c’è?, rispondevo io. Ti sei ricordata di lavare i denti e passare il filo interdentale? Eh, aspettate che ora ci vado. Giulietta, Giulietta! Dite, parlate ché vi ascolto!, dicevo io. Hai detto le preghiere prima di andare a letto? Giulietta, Giulietta!, dicevano loro, anzi no, era Romina e basta che lo diceva quella volta. Sì, dimmi pure!, dicevo io. Hai evitato di mangiare pane e pasta quest’oggi?, mi diceva lei. Vale lo stesso se ho spruzzato un po’ di panna spray sulla bresaola nel tardo pomeriggio. Guarda che se non stai attenta diventi anche tu grassa come un tordo e poi ti lasciano per la prima Lecciso che passa. Ma Romina, come fanno a lasciarmi se sono singola? Che poi lo sappiamo anche di chi è la colpa. Mi avete minato le basi sentimentali, mi avete. Ma cosa dici, se ci siam pure riuniti per darti stabilità. Eh sì, col senno di poi, dopo son buoni tutti. Dovevate pensarci prima, dovevate!                                                                                                      Albano e Romina erano in ogni dove ormai, e come ho già detto, non solo nei sogni. Li vedevo cantare Nostalgia canaglia dietro una siepe, litigare su a chi toccava la parte col panino e il bicchiere di vino in Felicità – Romina insisteva perché fosse Albano ad assumersi l’onere, ci dovevo pensare lui al riscatto dei carboidrati in tempi che non si portavano più; li vedevo materializzarsi più affiatati che mai nel salotto di casa mia e utilizzare il tappeto persiano di mia nonna come giaciglio per le loro effusioni amorose. La nostra era diventata una convivenza forzata, venivano con me in palestra, a lezione di dizione, dal parrucchiere. È stato mentre facevo lo stepper per ridurre la mollezza dei glutei che a un tratto mi è comparso Al Bano col panama in testa e il peso da dieci kg nella mano destra. Giulietta, Giulietta!, diceva mentre piegava l’avambraccio a novanta gradi con il manubrio nella mano. Dimmi tutto, Al!, ho detto io. Senti, ci ho pensato bene, è giusto così, che devi sapere la verità. Che verità Al, cosa mi nascondete, per Diana? Sono tornato con Romina solo per evitare di pagarle gli alimenti. Per mantenere lei e quelle due smorfiose delle sue figlie sono costretto a fare il doppio dei concerti, andarmene in  giro con l’afa per sagre di paese, inaugurazioni di centri commerciali, battesimi. Sai com’è, la vita da nomade, lo stress, i pranzi offerti dalla proloco stava diventando tutto deleterio anche per il  mio metabolismo. Solo di dietologo quest’anno ho speso una cifra folle. E quindi niente più Felicità, niente più panino? No, niente più panino, solo proteine.

L’INGEGNO DEL PRINCIPIANTE, di Elisabetta Rossi

«Ore’ ce s’è rotto lo tetto della stalla!»

Era ’no giorno de vento terribile quando mi nonna entrò dentro casa e me disse ’ste parole precise. ’No giorno che me fece gonfia’ lo petto de orgoglio e de convinzione. Me sentivo come Supermanne e c’avevo sulle spalle puro ’na mantellina de mi madre pe’ tenemme caldo, era rossa e me fece senti’ ancora più eroino. Era lo destino che me veniva a trova’ e me sorrideva, lo momento giustissimo per mette in pratica tutto quello che m’ero appurato a guarda’ Barbara mia a Painti iur life. ’Sta femmina a Mecgiver gli fa un baffo. Lui po fa scoppia’ un aero con un accendino, lei te costruisce ’na casa con l’immondizia! È troppo unicissima. In camera ciò puro il suo poster perché così quando me alzo alla mattina al canto de Giovannetto, lo galletto de famiglia che sona la canzona con lo gargarozzo potente, me carico tutto a vedella su quella foto. So’ tarmente infervorato da Barbarella che m’ero cucito, per l’occasione de aggiustamento tetto,  la tuta come la sua e m’ero raffazzolato li capelli precisi precisi ai suoi. Mi’ padre non capisce ’sta passione e quando me vide me fece:

«Ah Ore’ me pari uscito da ’no filmo de Dario Oro!»

E io gli risposi:

«Ah pa’ Dario Argenta semmai e comunque lassame perde’ che ciò da fa’!»

E ce n’avevo proprio tanto perché le tegole de ’sta stalla se n’erano tutte ite per terra, una a una, in mezzo a ’no pozzangherone così grosso che nonnetta l’aveva scambiato per ’no laghetto naturale e tutta felicitante se ne andava a corre da ’na parte all’altra del giardino a grida’:

«Oddio, Iddio ha ascoltato la preghiera e mo nun ce sta più il problema de lo pozzo prosciugato, c’avemo ’no lago intero e tutto pi’ noi!»

Io c’ho provato a diglie che era ’na pozza ma nun c’è stato verso, quella già stava a telefona’ ad Annettina la vicina e aveva puro dato il nome a ’sta pozzanghera: lo lago miracolato.

Ma tornamo a cose più fondamentaliate. Lo tetto da rimette in sesto.

Barbarella ripete che a ’sti tempi de crisi e per salva’ l’ambiente tocca reciclatizzare e io reciclatizzo. De tutto. Così invece de spreca’ i sordi decisi, dopo n’attenta esaminazione, de usa’ la robba che c’avevo da parte per rifa’ la copertura della stalla. Ce lo sapevo io che prima o poi me sarebbe servita. Altro che, altro. Oreste è n’omo a favore della terra.

Quindi che ho fatto? Andai al garagge e presi ’ste cosette: scarpe vecchie, flaconi de detersivo voti, ’no materazzo infracichito, li piatti zozzi de plastica e le cucchiare sempre de’ plastica che ’ste robbe mica se deteriorizzano se le vai a butta’ e quindi è bono riusalle. Poi, pigliai ’no bidone liberato e ce misi dentro, tagliati a pezzini piccoli piccoli, ’sti materiali. Feci, come se dice, ’no minestrone, ce unii ’no poco de colla calla e quando s’era formato ’no pappone tirai fori ’na spatoletta. Me arrampicai sulla scala e daie de destra e daie de sinistra riparai tutto lo buco. Cioè non potete capi’ quanto me sentivo gasato. Era ’no capolavoro. Scrissi puro ’na letterella a Barbarella dove la ringraziavo per tutti gli imparamenti che m’aveva dato alla sua trasmissione, quasi me commuovevo. Lei non è ’na donna, è ’na maestra de vita.

Insomma era annato tutto per il meglio. Però, ’no giorno infelicissimo, ’sto tetto non se riempì de zozzura? Se sa con l’autunno l’alberi buttano via le foglie e ’ste foglie maledette  s’erano andate ad appicicca’ sul punto che avevo raggiustato.

Se dovevano toglie in qualche modo. Si no se formava ’no stratone de quella robba.

Papetto allora salì con ’no rastrello e lemme lemme se mise a ravagna’ sul tetto. Io stavo de sotto a controlla’. A un certo punto me fece:

«Ore’, so’ proprio inorgoglito de te. Si fatto ’na costruzione proprio beglia.»

E dette due, tre bottarelle con il piede sulla riparazione. Io sorridevo ma manco mezzo secondo dopo piagnevo. Prima se sentì come ’no scric scric e poi papetto nun se vide più. Andò giù con ’no tonfo che sembrava scoppiato lo terremoto del secolo.

Subito corsi a ripigliallo e lui s’era proprio inferocito, tutto zozzo de paglia e merda de vacca.

«Ore’ te possino  ammazzatte , te possino! A te e quella tilivisione! Mo te la levo che te rincretinisce quel cervello bacato che te ritrovi!»

«A pa’ e no, la televisione no, me tenghe da vede’ Barbarella mia!»

«Statte zitto e damme ’na mano che c’ho la merda pure dentro l’orecchio!»

E giù a dimme ingiurie mentre piano lo tiravo fori da quel casino.

C’ho ancora tanto da impara’ da Painti iur life. M’è toccato chiede ospitalità a casa de Andreia, l’amichetto mio, per vede’ la trasmissione. Mo aspetto l’occasione bona per riscattamme.

DISAVVENTURE DI UN INTROVERSO, di Davide Predosin

La caffettiera è ancora calda. Anzi, è già calda. Appena vagamente sorpreso sbadigli in modo sguaiato. Non ricordi di esserti svegliato nel cuore della notte per farti un caffè. In ogni caso, comunque, dovrebbe essere fredda, ormai, la caffettiera.

La raffreddi sotto il rubinetto e prepari quello che parrebbe essere il tuo secondo caffè della giornata.

Tutto dovrebbe essere avvenuto non più di dieci minuti fa, pensi distrattamente.

Potresti aver avuto un episodio di sonnambulismo, continui, mentre con l’indice t’ispezioni una narice. Ma dovrebbe esserci almeno una tazzina sporca in giro, obietti, mentre compi tutt’attorno una lenta e svogliata panoramica.

Ti siedi inarcando con voluttà la schiena contro lo schienale della sedia.

Dovresti sentire, se non il gusto del caffè, almeno il gusto del dentifricio, o di qualsiasi altra cosa che possa averti rinfrescato la bocca; che invece è impastata, dal gusto sgradevole, come chiunque la mattina.

Corrughi appena la fronte mentre ammetti che potresti anche prendere in considerazione l’ipotesi che qualcuno sia entrato in casa tua e, non più di dieci minuti fa, si sia fatto un caffè. Anche ammettendo, infatti, che tu l’abbia bevuto in uno stato di sonnambulismo – naturalmente lavando poi la tazzina – non avresti potuto riaddormentarti, sapendo quanto sei sensibile alla caffeina.

Naturalmente potresti anche semplicemente aver fatto il caffè, averlo versato nel lavello, aver risciacquato ed essertene tornato a letto beato.

Non conosci la sintomatologia del sonnambulismo. Non hai mai, fino a oggi, saputo di soffrirne. Ma ti aggrappi con tutte le tue forze a quest’ipotesi fino a quando, improvvisamente, senti starnutire alle tue spalle. Ti si gela il sangue, ma non ti giri. Neanche quando senti un disinvolto ciabattare che sembra provenire dal corridoio che porta alla cucina. Deglutisci, ma non ti giri.

Ti versi un bicchiere d’acqua dal rubinetto e mentre sorseggi, senza muovere la testa di un solo millimetro, con la coda dell’occhio, tenti di cogliere qualche indizio.

Per capire chi mastica in maniera così disgustosa, chi ha ruttato, chi inspira a denti stretti producendo quasi un fischio; come per togliersi un pezzo di cibo incastrato tra i denti.

Non dividi l’appartamento con nessuno.

Nessuno ha le chiavi.

Non hai passato la notte con nessuno. E lo sai, ieri hai bevuto una tisana e sei andato a letto presto.

I rumori continuano. Il caffè è venuto su, spegni il gas e rimani immobile, di spalle. Ma quando una voce roca e baritona con la s pronunciata come con la lingua tra i denti, ti chiede: “Tscutsi potrei averne un’altra tatsina?”, tu non riesci a far altro che assecondare questo desiderio.

Avevi sentito dire che spesso la paura fa comportare le persone in maniera imprevedibile. Un altro, magari, pur anch’egli terrorizzato, si sarebbe girato di scatto con la caffettiera bollente in mano e avrebbe colpito in pieno volto l’intruso con la s sibilata.

Tu, invece, mansueto e obbediente, non alzi nemmeno lo sguardo; tieni gli occhi bassi e aperti, giusto il tempo di centrare la tazzina e scorgere appena la manina cicciottella e pelosa che la regge e trema leggermente. Quindi distogli lo sguardo verso la finestra, e lo tieni fisso sulle serrande ancora abbassate.

Magari hai tutti i capelli bianchi, ma siccome sei un tipo timido e introverso, anche quando ti senti rispondere: “Gratsie tstronzo”, ti tieni tutto dentro, non chiedi spiegazioni e, chiunque sia, speri solo se ne vada presto.

I racconti finalisti del I° Premio Sperduti

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One thought on “I racconti finalisti del I° Premio Sperduti

  1. […] autori dei sei bei racconti finalisti si sono succeduti sul palco, in un alternarsi di cabaret letterario e dadaismo narrativo. La birra […]

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